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l’autorità al servizio della relazione 3^ relazione: Assumere il ruolo d’autorità per amore dei fratelli
L’icona biblica di Giuseppe ed i suoi fratelli: dalla superiorità all’umiltà, atteggiamento di gratitudine e positività, dall’invidia alla collaborazione, una crescita fraterna. Giuseppe vittima degli intrighi dei fratelli e dei propri atteggiamenti di superiorità è portato dal Signore nel profondo degli abissi. La forza di Giuseppe, anche nei momenti più bui, fu la certezza della presenza del Signore. Non aveva gli occhi appesantiti dal rancore, da notti di rabbia, e di livore, non covava vendetta, ma sapeva mantenere sempre un atteggiamento di gratitudine. Così è straordinario nella sua capacità di trovare Dio in tutte le cose, ed in tutti gli eventi, e nel trovarsi a vivere ed a fare tutto in Dio e con Dio. La gratitudine e la fede gli permettono di ricordare che la sapienza viene dall’alto, impara così l’umiltà, atteggiamento che distoglie lo sguardo da sé per orientarlo verso un Altro. I fratelli che lo incontrano non lo riconoscono, la distanza è ancora enorme, Giuseppe li induce piano piano a rivedere gli eventi attraverso una serie di prove, finchè in Gen.44,1-17 si riconoscono servi di Giuseppe, è un momento chiave perché non è una perdita di dignità e di onore, anzi al fratello si giunge solo riconoscendosi e divenendo servi. Solo così possono anche loro passare dalla posizione iniziale che avevano nei confronti di Giuseppe (l’invidia) attraverso l’umiliazione, il riconoscimento, la lode, la gratitudine, alla collaborazione. Il ruolo dell’autorità: intreccio di aspetti teologici e psico-sociali. L’autorità intermedia."Anch’io sono sottoposto ad un’autorità, e ho sotto di me dei soldati e dico all’uno và ed egli va, e ad un altro vieni ed egli viene, e al mio servo fa questo ed egli lo fa" (Lc.7,8). Il centurione si riconosce autorità intermedi, da una parte è responsabile della salute e del servizio dei vari soldati, dall’altra deve rendere conto ad autorità superiori. E’ un po’ l’immagine della nostra situazione, anche noi siamo autorità intermedie. Ecco allora le domande da farci: Come vivo il servizio di autorità che mi viene chiesto? Cosa significa per me esercitare un’autorità? Quali attese ho in me, e quali paure? Che cosa si aspettano gli altri da me? A chi sono tenuto a rendere conto? Sono le domande a cui cercheremo di trovare non dico risposta, ma delle tracce di ricerca e riflessione, capaci forse di far maturare dentro di noi una nuova consapevolezza di questi intrecci. Che cos’è il ruolo. E’ utile forse partire proprio dalla definizione di ruolo:"è l’insieme di prescrizioni che definiscono ciò che dovrebbe essere il comportamento di un determinato membro di una istituzione". E’ una definizione utile perché ci permette di definire e comprendere diversi aspetti e livelli con cui noi comprendiamo e viviamo i ruoli. Innanzitutto il concetto di ruolo che è dato dall’insieme delle idee e percezioni che io mi sono fatto su di un determinato ruolo, esso non coincide evidentemente con le esigenze di ruolo che sono invece ciò che di fatto quel determinato ruolo richiede e prevede. Ancora diverso risulta essere poi l’orientamento al ruolo che è determinato dalle motivazioni, stati d’animo, attese con cui il ruolo viene assunto e vissuto, a partire dalla definizione che abbiamo dato di ruolo è evidente che una persona che assumesse un determinato ruolo (di superiore di comunità) come fine a se stesso, quasi per sanare e riempire i propri bisogni, vivrà questo ruolo in modo molto diverso da chi lo assume come modalità per vivere invece la sequela evangelica. Nel primo caso diremo che la persona è orientata al ruolo, anziché ai valori. E’ ovvio che qui stiamo scendendo a livello del reticolo del cuore, dove non vi è solo la chiarezza del compito evangelico, e del dettato istituzionale, ma anche una LOTTA INTERIORE fra diverse domande del cuore: chi sono io? Che è l’interlocutore che mi chiama e mi provoca? Che cosa voglio e non voglio? Che cosa si attendono gli altri da me? Che cosa desidero? Cosa mi dà pace e gioia? Cosa temo invece? Che cosa mi fa paura? Qual è la perla preziosa per cui sono disposto a giocarmi? E’ del tutto normale che in queste circostanze riaffiorino nel nostro vissuto emozionale e relazionale tematiche, ansie, paure, attese, ferite, atteggiamenti, che si sono depositati nella mia vita da lungo tempo, magari nella mia infanzia, fanciullezza od adolescenza. Adesso nuove situazioni comunitarie e relazionali le fanno riaffiorare, le rivivo trasferendo nel presente modalità antiche, magari immature, vissute nel corso dell’età evolutiva. Si tratta di simpatie od antipatie unidirezionali, piuttosto rigide e difficilmente modificabili, che tendono a ripetersi in modo analogo con diverse persone. Funzioni di ruolo. Per cogliere le diverse motivazioni compresenti nelle attese, più o meno realistiche, nell’attribuire significati e valori simbolici a persone, ruoli ed istituzioni, un aiuto prezioso viene dallo studio delle funzioni di ruolo, dallo studio cioè delle funzioni che un determinato ruolo assolve nell’equilibrio psico-dinamico di una persona. Ecco allora che a partire dalle varie attese emotive un determinato ruolo può assolvere ad una funzione utilitaristica quando si desidera ottenere qualche vantaggio, od evitare qualche rischio. Può anche assolvere una funzione difensiva contro le minacce provenienti dal proprio interno. Può assolvere poi ad una funzione di conoscenza a favore di nuovi schemi e quadri di riferimento secondo cui capire se stessi, il mondo, ed interpretare gli eventi della vita. Infine può esservi la funzione espressiva dei valori quando si esercita un ruolo per esprimere i valori in cui noi crediamo più profondamente. Occorre tenere presente che le varie funzioni di solito sono abbastanza compresenti, e pertanto andrebbero valutati di volta in volta gli atteggiamenti mentali ed affettivi con cui viviamo i singoli aspetti dei nostri ruoli ministeriali. Non è un esercizio del tutto facile, ma può essere utile per riuscire a liberare nuove energie per il Regno. Forse la mancanza di linearità di alcuni nostri comportamenti potrebbe essere un indizio interessante per prendere atto che non sempre esercitiamo i nostri ruoli con la medesima funzione espressiva dei valori, o di conoscenza. Tutto il problema è come la persona accoglie ed integra le esigenze di ruolo nella propria personalità, abbiamo allora tre soluzioni possibili: -Il ruolo è funzionale alla definizione di sé. Nel caso estremo del narcisismo la persona pone se stessa al centro del mondo, pertanto il narcisista vive il ruolo ministeriale come strumento per poter raggiungere quella stima, considerazione, prestigio, potere di cui ha bisogno. Usa il suo ruolo, i suoi compiti, preghiera, apostolato, servizio per confermare la propria grandiosità…. -Il ruolo è concepito in modo così rigido da mettere in discussione la persona stessa, che tende a smarrirsi dentro i ruoli. E’ in un certo senso il rovesciamento esatto della posizione precedente. Di fronte ad ogni richiesta, anche la più impossibile, la persona sarà incapace di dire di no, poiché incapace di riconoscersi nei suoi limiti, e tentata da una certa onnipotenza. Qui è la persona che si appoggia al ruolo che deve fargli da "ambiente di contenimento". - Il ruolo viene vissuto a partire da alcuni valori stabili da cui la persona si lascia condizionare senza smarrirsi. Questi valori si rivelano capaci di conferire alla persona un senso d’identità che rende relativo questo od un altro ruolo (persona orientata ai valori), e che aiuta a padroneggiare anche le esigenze più personali.
Assumere il ruolo d’autorità: integrazione nella spiritualità personale. L’autorità come dono e fatica. Il servizio di autorità rappresenta un dono fra molti altri, tutti necessari per costruire la comunità. E’ un dono ed una missione, che esige però accoglienza e fatica, in quanto opera d’amore richiede la nostra partecipazione attiva e responsabile. Dovremmo riuscire a recuperare un’idea nuova di autorità non tanto come posizione, o stato sociale, quanto piuttosto come relazione interpersonale, caratterizzata dalla possibilità di influenzare gli altri in determinati ambiti specifici, ed in determinate situazioni. Tale autorità può essere una posizione informale, dovuta per esempio a delle capacità particolari (gli esperti), oppure a delle caratteristiche personali, o tratti di personalità (il leader naturale, o carismatico), oppure si ha una posizione formale, con compiti riconosciuti e canonicamente sanzionati. Se è necessario ricevere da Dio la luce, la forza, ed i doni necessari per assolvere questo compito, è tuttavia necessaria un’adeguata preparazione, fatta di umile conoscenza e consapevolezza di sé, e del proprio vissuto spirituale, un’assidua e cordiale famigliarità con le persone, una costante ed approfondita vita di preghiera, l’aver avviato una fondamentale riconciliazione con il proprio limite, finitudine, povertà, il prepararsi ad accogliere quella ineliminabile solitudine che accompagna chi vuole esercitare il proprio ruolo di autorità con distacco, profondità, imparzialità, fuori delle apparenze e sotto lo sguardo di Dio, sarà in questa solitudine che il consacrato chiamato ad un ruolo di autorità maturerà anche la sua capacità di portare la croce dell’incomprensione, del rifiuto, de giudizi negativi e cattivi. Farsi poveri. Mi pare utile, per "rifondare" il discorso sul ruolo dell’autorità in essa, riallacciarmi ad un tema fondamentale come quello della povertà…. Forse non abbiamo più il coraggio di dircelo, ma non è vero che la "comunità" nella vita religiosa è una "comunità di poveri"? Non una comunità per i poveri, né una comunità coi poveri, o dei poveri, ma "di poveri". La povertà non semplicemente come "una" fra le varie virtù cristiane, ma come categoria costitutiva della possibilità stessa dell’esperienza di fede. Mi pare che un superiore d’una comunità di poveri dovrebbe esserlo particolarmente. Per comprendere questa idea occorre richiamare il senso del concetto biblico di salvezza. Il verbo "salvare", la cui radice troviamo nel nome stesso di Gesù, è un verbo da usare solo al passivo. All’attivo appartiene solo a Dio, ma spesso noi siamo tentati di usarlo in forma riflessiva "salvarsi". Questo è fuorviante ed ingannevole. Se "ti salvi" significa sì che eri in una situazione difficile, nella quale disperavi, ma che alla fine non si è rivelata poi così impossibile, tant’è che hai trovato "dentro di te" quelle forze, ricchezze, e capacità che ti hanno permesso di trarti d’impaccio. Non è questa l’esperienza d’Israele, né dei "poveri di Dio". Non è questa l’esperienza dell’uomo incappato nei briganti in Luca 10. Nella parabola del "buon samaritano" abbiamo infatti la descrizione dell’impossibilità di tirarsi fuori d’impaccio. L’esperienza dell’uomo biblico quella dell’uomo ferito, spogliato, sul ciglio della strada. Non può più "fare": né muoversi, né andare, solo implorare aiuto,…certo non può "salvarsi". La salvezza per lui sarà l’essere incontrato da uno sguardo che viene a popolare la sua solitudine, la sua impotenza, la sua marginalità. Don Tonino Bello usa l’immagine dei carretti siciliani carichi di arance che nel loro tragitto perdono lungo la via un certo carico di frutti….frutti drop-out "caduti fuori", persi, lasciati ai margini della via, buoni solo per essere calpestati….. Come mai il sacerdote ed il levita non si fermano? Non volevano aiutare? Più facilmente non potevano aiutarlo, in quanto rappresentanti d’una istituzione religiosa che con la sua legge poteva solo segnalare il male, ma non toglierlo. La legge può infatti solo vedere il male. Occorrerà che Dio si faccia carico della nostra umanità, e chino sulla nostra povertà, ci salvi non dal male, e dal limite, ma nel male, e nel limite sempre di nuovo sperimentato. E’ questa una novità, ed una rottura rispetto alla religiosità naturale, alla mentalità greca, ed ai vari cammini di salvezza (psicologici, new-age, ed esoterici) oggi in voga. Tutte queste prospettive sono infatti accomunate in fondo dall’idea d’una ricchezza, d’una potenzialità che l’uomo possiede. Essa è una risorsa che forse non conosce ancora, ma che potrà portare a pienezza. In tutte queste prospettive il cammino di salvezza e liberazione resta in fondo un cammino individualistico di elevazione: crescita nella conoscenza, nelle virtù, nelle capacità, nelle potenzialità e nella realizzazione. Nulla di tutto questo nell’uomo biblico. Esso rimane sempre un uomo incompleto, fragile, un frutto spaccato a metà, che ha bisogno d’incontrare l’altra sua metà. Per l’uomo biblico l’altro è la salvezza. Senza l’altro sono perduto, neppure so chi sono, è l’altro a rivelarmi la mia identità, a situarmi, a salvarmi. Nell’incontro con l’altro io ritrovo me stesso. Buber spiegando il principio dialogico affermava che nell’incontro con l’altro non posso né fare l’osservatore, né il contemplativo, ma devo "intuire" e cioè "incontrare"l’altro. Il dialogo è allora un evento, un coinvolgersi che ci cambia, non ci lascia uguali a prima. Richiamo queste idee perché credo importante ricollocare il ruolo dell’autorità religiosa all’interno di un orizzonte teologico forte. Vorrei richiamare i fondamentali evitando moralismi psicologistici. Un bravo animatore di comunità non è necessariamente una persona che abbia raggiunto chissà quale integrazione personale, ma semplicemente un povero, che incontra altri poveri. Il ruolo d’autorità nasce nell’incontro. Al di là del suo agire un animatore di comunità diviene dono di grazia nel suo essere calice offerto d’amore fraterno. Alcuni criteri. Per rendere più concreto quanto vado dicendo, e perché non sembri solo bella letteratura, ma per illustrare come invece sia concretezza d’un vissuto accessibile, richiamo qualche esemplificazione che illustri la figura d’un superiore povero che incontra i fratelli poveri. E’ il superiore che fa attenzione alle minoranze, spesso aggressive perché timorose di non essere ascoltate. E’ il superiore che condivide il lavoro con gli altri, anche se vede che lo fanno meno bene. E’ il superiore che dà fiducia, riconoscendo il diritto di provare e di sbagliare. E’ il superiore che aiuta a rimettere insieme i pezzi quando altri hanno sbagliato. E’ il superiore che non lascia nessuno da solo ad affrontare problemi più grandi di lui. E’ il superiore che fa sempre il primo passo, poiché Dio mi ha amato per primo, anch’io ti amo per primo. Vince la logica del "ma ho ragione io" "ma questa volta tocca a te" "ma io sono il superiore", ed interviene per primo quando nella riunione di comunità si fa silenzio, quando un fratello non si fa vivo, ecc… "ma tocca sempre a me" sì, tocca sempre a me ….di fare il primo passo. E’ il superiore che non esclude la tenerezza e l’amicizia, che sa accogliere, ascoltare e dialogare, che va a trovare il confratello nel suo lavoro e nel suo ministero, che dà il tempo al confratello di raccontargli cosa ha fatto, e cosa ha vissuto, che s’interessa di lui, della sua mamma malata, dei suoi problemi. E’ il superiore che sa mandare il messaggio: ci sono, sono qui presente, sto con te, m’interessa di te, come stai e cosa fai. E’ il superiore che non si nasconde, che non crea barriere fra sé ed i fratelli, sa mostrarsi così com’è, sa diventare per questo vulnerabile, rivelandosi nella sua verità. Sa anche dedicarsi a qualche lavoro manuale, ed a qualche piccolo servizio umile di casa, per restare a contatto con la realtà e con i fratelli. Cerca di perdonare tutte quelle aggressività ed antipatie che possono prenderlo di mira. E’ paziente verso le lentezze e le mediocrità della sua comunità, sa andare lentamente. E’ capace di non prendersi troppo sul serio, sa relativizzare, si contenta di fare solo quello di cui è capace, mette le sue ansie nel cuore di Dio, e non perde un sano senso dell’umorismo che gli permette di affrontare le tensioni con più fiducia e distacco. Sa trovare i giusti spazi di riposo, e di gratuità. E’ il superiore che ha un colloquio abituale con i suoi frati, profittando di tante occasioni informali, và da loro, li ascolta. E’ la passeggiata, è la conversazione dopocena, è l’occasione fortuita, tempi di grazia in cui il superiore cerca di ascoltare chi vuol essere ascoltato, ma non sa parlare. Toccherà con lui la più ampia gamma di contenuti possibile: la salute, il cibo, il lavoro, il riposo, la vita spirituale, la vita famigliare, gli affetti, l’aggiornamento, nulla è escluso. Soprattutto però cercherà con delicatezza di lasciar emergere le cose irrisolte, i punti oscuri, gli equivoci, le cose ha fanno blocco dentro, ed impediscono spesso al fratello d’essere guardato e di farsi guardare con semplicità. A volte non sappiamo infatti come mai un fratello si comporta in quella determinata maniera: cosa c’è dietro? Quale storia, quale sofferenza, quale povertà? Cosa vuol dire per me farmi povero per stare con lui? Rendere realistiche le proprie attese. J.Vanier confessa apertamente che "per quanto mi riguarda sono entrato realmente nell’età adulta quando sono diventato responsabile di altre persone". E’ vero la vera maturità umana sopraggiunge con l’impegno e la responsabilità nei confronti di altri, un impegno vincolante e virile che forma e apre il cuore e la mente. La responsabilità è vero requisito, il vero segno della maturità, ma non sempre pare riusciamo a crescere a questo livello. E’ solo nel radicamento di relazioni profonde, improntate al rispetto reciproco che offrono conferma e fiducia che può maturare la fecondità, che a sua volta conduce alla responsabilità. Ma oggi sembra esservi una grande paura dell’assunzione di responsabilità, al punto da rendere difficile addirittura il reperimento dei superiori necessari al buon funzionamento delle nostre istituzioni. In effetti l’esercizio di autorità può divenire una scuola molto esigente: all’inizio ci si sente accolti, ed apprezzati, ma basta che emergano le prime difficoltà, i primi contrasti, le prime insufficienze, ed ecco nascono i mugugni, le critiche, i lamenti. La tentazione è quella di fuggire, di piantare tutto, si resiste solo se prevale il desiderio di donare la vita agli altri. Assumere un ruolo d’autorità all’inizio può essere sentito come un pericolo: esige una certa competenza, senso d’organizzazione, capacità d’animazione, di leadership spirituale, formazione personale, capacità di dialogo…..e quant’altro! Emerge subito la sensazione di non essere all’altezza, e di non poter soddisfare tutte le richieste e le attese che ci vengono fatte. Ben presto poi ci troviamo al centro di diverse tensioni: vi sono le attese dei frati che rimpiangono e confrontano continuamente con quello che faceva il superiore precedente, la fatica d’inserirsi in una comunità che magari ha tutta una sua storia ed una sua tradizione che non mette volentieri in gioco, e che è più portata a fagocitare il nuovo, che a rimettere in discussione il vecchio, vi sono poi quelli che battono le mani al nuovo, ma non lo approvano né ci credono, ed infine quelli che sono terrorizzati da qualsiasi minimo cambio, e da qualsiasi lettera circolare….. Così il superiore si trova al centro di diverse tensioni, e a dover mettere d’accordo gruppi, persone, situazioni, cosa che tutti auspicano, ma che è impossibile da farsi senza creare malcontenti, critiche, fratture. Non è facile poi ammettere i propri errori, e così per salvare la propria faccia si finisce per dire qualche piccola bugia che ci aiuta a non dover riconoscere i nostri sbagli, presentandosi sempre integri e puri. Così atteggiamenti rigidi, di apparente orgoglio, sono in realtà la copertura di sentimenti di ansia e di fragilità mascherati. Andrebbero qui smascherati i bisogni narcisistici di potere ed autoaffermazione. La pulsione al potere è una pulsione istintuale particolarmente forte nell’uomo, assieme a quelle del denaro (avere), e del sesso (piacere), vengono consciamente controllate dai tre voti. Ma sembra che nella vita religiosa ci sia una categoria speciale, i superiori, i quali vivono l’obbedienza al rovescio, quella di comandare per tutta la loro vita, poiché non ci pensano neppure un momento a lasciare il superiorato, e passano da uno all’altro per tutta la vita. Ma non è tanto questo il problema, quanto un non risolto bisogno di comandare, accumulato nelle tante ambizioni avute, radicato in complessi d’inferiorità ed insicurezza che si tenta di superare divenendo rissosi, ambiziosi, prepotenti. Spesso la volontà di dominare, e sottomettere gli altri, può essere il segno di profonde frustrazioni in altre aree della personalità: quando un bisogno viene compresso (per esempio affettivo), un altro viene innalzato per compensazione. Il superiore che vive con questo conflitto tenderà ad essere rigido, duro, inflessibile, arrogante, fino all’abuso del proprio potere facendone una fonte di conflitto, anziché un elemento unificante. Tenere presente questi rischi ci fa evitare tanti errori. Un’altra area di attese che andrebbe esplorata è quella della gratificazione affettiva, non che un superiore vada in cerca direttamente di gesti di affetto, ma certamente possiamo spesso essere stimolati dal desiderio di essere al centro dell’attenzione, di fare bella figura, d’ottenere consensi, stima, lodi. A chi non piacciono queste cose, ed in fondo che male c’è? Una gratificazione dietro l’altra alla fine però abbiamo creato in noi un’abitudine, che è destinata presto a trasformarsi in motivazione inconscia, a quel punto tutti i nostri comportamenti sono poco o tanto compromessi dalla sottile pretesa d’essere lodati, riconosciuti, riveriti, lodati, e dalla paura di perdere l’affetto, e ricevere critiche, dalla paura di rimanere soli, incompresi, isolati. Da qui possono derivare atteggiamenti di permissivismo, una tendenza ad accondiscendere sempre, a non porre mai divieti, né condizioni, né paletti, la preoccupazione di "far numero", di avere successo, e riuscire. Diventare leader maturi ed autentici richiede la capacità di vedere i propri conflitti centrali (bisogni narcisistici, senso d’inferiorità, bisogni affettivi ecc….) per integrare i propri bisogni di ricevere stima, sostegno, aiuto, dominazione, inferiorità ecc….. in modo da poter "amare per primi" anche nelle situazioni di "assenza" o "scarsità" in cui non è possibile ricevere, ma occorre amare e dare gratuitamente, forse anche in perdita. Diventare un simile punto di appoggio gratuito può essere molto esigente, e richiede un cammino di maturazione ed integrazione personale non piccolo. Solo così però potremo veramente integrare ruolo d’autorità ed identità personale in modo stabile e maturo. Domande per il lavoro di gruppo. Come vivo il servizio di autorità che mi viene chiesto? Cosa significa per me esercitare un’autorità? Quali attese ho in me, e quali paure? Che cosa mi motiva di più nell’esercizio del mio ruolo? Quali sono invece le mie fatiche più significative nel vivere il ministero di superiore? Che cosa si aspettano gli altri da me? Da quali tipi di aspettative mi sento circondato? Quali attese sento provenire nei miei confronti da parte dei confratelli della mia comunità? Da parte dei superiori? Da parte degli altri? Come faccio fronte a queste attese, che influsso hanno nel mio modo di esercitare la leadership? Mi sento condizionato? Come vivo e curo le relazioni personali con i singoli frati? Riesco ad avere un dialogo abbastanza significativo con ciascuno di loro? Sento che riusciamo a toccare dei punti abbastanza profondi e rilevanti, o che si resta sempre in superficie? E’ proponibile la ricerca di un nuovo approccio interpersonale? |