Quarta relazione

Il dono e la missione dell’animazione comunitaria. A servizio della vita fraterna

 

      La figura biblica di Mosè.

Una figura dai grandi contrasti forte e debole, chiuso nell’intimità solitaria, e uomo del popolo, la sua vita fu un continuo andar oltre.

All’inizio avverte un’enorme resistenza, ed invoca ogni pretesto per allontanare da sé le proprie responsabilità:

  • -Le proprie incapacità (3,11 chi sono io?)

  • -La sua confusione su Dio (3,13 e mi chiederanno come si chiama? E io che risponderò?)

  • -La sua sfiducia negli altri (4,1 non mi crederanno!)

  • -I propri difetti e limiti (4,10 sono balbuziente…)

  • -La mancanza di motivazione (4,13 non voglio andare!)

Le condizioni che pone a Dio:

  • -Che Dio gli sia di guida (33,13 se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami tu la via)

  • -Che Dio sia unito al popolo (33 considera che questa gente è tuo popolo)

  • -Che Dio sia il compagno di viaggio (33,15 Se tu non camminerai con noi non farci salire)

  • -Che Dio riveli il suo mistero (33,18 mostrami la tua gloria!). Lo contenta solo in parte.

  • -Che Dio lo faccia entrare nella terra promessa . Dio non può contentarlo.

  • Tre domande le ascolta, una la modifica, una la rifiuta… Interessante che Dio ascolta solo le suppliche che riguardano non l’orante, ma il suo, il "loro" popolo….

  • Mosè costruisce attorno a sé una rete di collaboratori:

  • -Aronne la sua bocca (7,1-2 Aronne tuo fratello sarà tuo profeta, Aronne tuo f. parlerà al faraone)

  • -Obab i suoi occhi (Num.10,31 non ci lasciare perché conosci i luoghi in cui ci accamperemo nel deserto, e sarai per noi come gli occhi)

  • -Aronne e Cur il suo sostegno (17,12 Aronne e Cur uno da una parte e uno dall’altra sostenevano le sue mani)

  • -Ietro il suo consigliere (18,13-27 non va bene quello che fai, finirai per soccombere!)

  • -Giosuè suo aiutante e successore (Nm.1,28 fin dalla giovinezza era al servizio di Mosè)

  • -Settanta anziani, Eldad e Medad, (Nm. 11,25 prese lo spirito e lo infuse sui 70 anziani,

11,26 Eldad e Medad compresi, pur essendo rimasti nella loro tenda).

Un ottimo gruppo di lavoro con cui condividere le responsabilità, Mosè non fa tutto da solo, cerca e si apre alla collaborazione. Non vuole e non cerca attorno a sé persone infantili, capaci solo di dire di sì, e di ricevere, gente dal facile assenso, ma gente libera capace di dissentire, guidando il popolo non s’impadronisce dell’autorità, ma valorizza i carismi presenti nella sua gente.

Tuttavia una grave ferita vive Mosè: quella di non avere veri confidenti attorno a sé, egli rimane in fondo un solitario, quel solitario che il deserto di Madian aveva plasmato, forse vediamo qui raffigurato quel destino di solitudine che un leader deve spesso pagare, o per la sua incapacità ad aprirsi, o perché vi è costretto dagli altri, o dalle circostanze. L’esempio di Gesù è invece quello di un leader capace di stare con i suoi amici per aprirsi alle confidenze, e rivelare il suo cuore, pur essendo assorbito dalla missione, e dai poveri.

Dovremmo anche noi probabilmente chiederci se siamo a capo di un gruppo di collaboratori, oppure di una comunità di amici che ama e da cui è amato in modo incondizionato. E’ importante chiedersi se sia più importante far quadrare l’organigramma oppure costruire amicizia per sé e fra di noi.

      La fraternità dono dall’alto.

L’origine della nostra comunità non sono affinità naturali, né interessi di qualche genere, né motivi organizzativi, ma la comune chiamata del Padre nella comunità si sta insieme non perché ci si sceglie, ma perché si è stati eletti dal Signore. Essa è il luogo in cui poter vivere la novità del Regno come dono che viene dall’alto, è un puro dono della grazia se persone tanto diverse per estrazione, cultura e formazione possano vivere insieme, mentre per natura sarebbero portate a "sbranarsi a vicenda" (Gal.5,15). In effetti la storia della vita fraterna nella Bibbia è in realtà una storia di violenze e prepotenze, che lascia dietro di sé una scia di sangue non di poco.

"Non si può comprendere la comunità religiosa senza partire dal suo essere dono dall’alto. Il Dio creatore…..ha chiamato l’uomo ad entrare in rapporto con lui ed alla comunione interpersonale. Questa è la più alta vocazione dell’uomo…" (VFC 8-9)

Il modello trinitario: modello della condivisione, della "convivialità delle differenze", dell’unità nella diversità. Condividere significa: mettere in comune la propria ricchezza spirituale, e rimanere aperti a quella dell’altro, crescere insieme l’uno col dono dell’altro, ci comunichiamo tante cose, ma così poco della nostra vita di fede, vi è una così grande povertà di comunicazione di beni spirituali, eppure è questa comunicazione che ci fa crescere, che ci nutre. Ci manca l’habitus, lo stile d’una condivisione che scende a livello di cuore e di spirito. E’ il passaggio da una spiritualità di perfezione, che tende a formare gruppi fondamentalmente "castali" ed individualistici, ad una spiritualità di comunione, in cui è più facile l’integrazione del limite, e necessaria un’autentica circolazione dei beni spirituali.

Le persone che compongono la comunità: chiamate alla comunione.

L’uomo mistero: sintesi di identità ed alterità, contemporaneamente chiuso ed aperto all’altro.

La fraternità non è un ideale ma una realtà divina, pneumatica.

Decisivo è il riconoscimento della centralità di Gesù, apparteniamo gli uni agli altri solo in Cristo Gesù.

La fraternità è un dono di Dio su cui non possiamo avanzare pretese né recriminazioni.

3.) La fraternità realtà sempre in divenire.

Se è dono è però anche realtà sempre in divenire che richiede la nostra offerta e disponibilità a collaborare, non c’è moltiplicazione senza offerta dei pani e dei pesci, anche la vedova deve offrire ad Elia la poca legna, la poca farina, il poco olio…. La comunità, luogo in cui si diventa fratelli, attende la nostra offerta, attende da noi un lungo cammino di liberazione interiore in cui siamo chiamati ad uscire dai nostri deliri narcisistici, d’autosufficienza ed onnipotenza, per accettare i pesi gli uni degli altri in una relazione d’interdipendenza che ha la struttura dell’alleanza.

La vita fraterna è un compito mai concluso, un lavoro di paziente costruzione che esige il rispetto delle regole d’interazione sociale: alcune esplicite enunziate e dichiarate, altre tacite ma di comune sensibilità e facile accordo, altre tacite ma che verrebbero negate se portate alla luce (chi fa da sé fa per tre, d’ora in poi nessuno mi procuri fastidi, ecc…). In questo contesto il servizio d’autorità ha un grande ruolo perché si pone come METAREGOLATORE : è colui che ha il compito di esplicitare le regole, i progetti, le attività, e le modalità con cui sono stabilite. Queste modalità aiutano a creare il TONO COMUNITARIO l’atmosfera relazionale complessiva del gruppo.

4.) Funzioni dell’animatore.

A questo livello il magistero spirituale dell’animatore di comunità si preoccupa d’essere :

-OPERATORE D’UNITA’ significa cercare di creare quel clima favorevole alla condivisione, alla corresponsabilità, al suscitare l’apporto di tutti alle cose di tutti, all’assunzione di responsabilità, ed al loro rispetto. Promuove la collaborazione per il bene comune, pratica il dialogo, rende istituzionali e stabili precisi momenti d’incontro, sviluppa progressivamente nuove e diversificate modalità delle riunioni di gruppo (capitoli, lectio, revisioni di vita, ecc….). E’ anche importante sostegno emotivo: infonde coraggio, sostiene la speranza, sa guardare avanti indicando nuovi orizzonti. E’ particolarmente delicato il suo compito d’aiutare ad armonizzare insieme preghiera e lavoro, apostolato e formazione, impegni e riposo.

-RESPONSABILE DELLA DECISIONE FINALE

Il coraggio d’assumersi le responsabilità è certamente diverso da un decisionismo autocratico, ma il leader deve avere anche la capacità di comprendere quando è terminato il momento della consultazione, del confronto, del discernimento, ed è giunta l’ora di arrivare a sintesi decisionali. E’ importante a questo riguardo che l’animatore di comunità sappia avere uno sguardo d’insieme, tenendo fissa l’attenzione su quello che è davvero essenziale, senza lasciarlo affogare nel quotidiano. Molto importante è il poi il compito esecutivo, è specifico dell’animatore di comunità curare l’esecuzione incisiva e puntuale delle decisioni comunitarie per non vanificarle nel grigiore dell’indeterminato e dell’incompiuto. Per questo deve essere capace poi di coinvolgere i fratelli in una varietà di compiti che divengono spazi aperti per la responsabilità e la crescita di tutti.

-DARE FIDUCIA

Un compito molto importante da parte del superiore di comunità è quello della sua arte di coinvolgere i fratelli nella vita e nella missione comunitaria: alla base c’è la capacità di dare e suscitare FIDUCIA negli altri. Nulla quanto lo sfiducia ingenera frustrazione, timore, insicurezza. Generare fiducia non è solo questione di parole da dire, sappiamo come a volte certi apprezzamenti verbali non accompagnati da gesti concreti ottengono il risultato contrario: noi per primi diveniamo subito sospettosi nei confronti di chi ci "liscia" troppo, anche se è vero che spesso le "adulazioni" vengono tranquillamente comprate come vere da chi le riceve…. E’ poi anche vero che un cuore profondamente ferito da tante esperienze negative risulta essere a volte davvero serrato e quasi totalmente incapace di leggere i segni di fiducia che vengono offerti (mancanza d’una fiducia di base). Sono casi particolarmente delicati, in cui occorre molta lucidità, pazienza, fermezza. Normalmente vedremo che la persona cui si accorda fiducia acquisisce fiducia sia in sé, che nel superiore, e negli altri confratelli. La fiducia reciproca è in effetti, assieme alla stima ed il rispetto vicendevole, l’ossigeno nel quale fiorisce la vita comunitaria, sono questi gli ingredienti base che permettono quell’intesa, quel dialogo, quell’ascolto reciproco, quella capacità di collaborare, che rimpiangiamo tanto quando li troviamo assenti nelle nostre comunità. E’ vero infatti che in un ambiente in cui ci sentiamo accolti, rispettati, ed amati ci è più facile assumerci i rischi e le responsabilità di decisioni ed iniziative difficili, in caso contrario rimaniamo sulle nostre, e demandiamo le nostre fatiche.

-Uno dei modi più significativi per dare fiducia è quello di affidare compiti, Gesù non teme dopo aver istruito i discepoli, di partecipare loro il suo potere, in lui non v’era traccia di gelosia ed invidia, ma gioia della condivisione. Trasmettere i propri poteri decisionali ad un altro è una grande espressione di fiducia, e favorisce partecipazione e creatività. Tenere le persone deresponsabilizzate le blocca ad un livello passivo ed infantile, le demotiva, disincentiva l’impegno, demoralizza, alimenta rabbia, frustrazione, scioglie il senso d’appartenenza, impoverisce la comunità. Vi è certo qualche rischio in queste operazioni, ma è più produttivo correre qualche rischio che tenere tutto fermo. Vale anche qui il detto della parabola dei talenti: chi si lascia dominare dalla paura perde anche quello che ha! Infatti una politica ingenua di conservazione non solo non investe sul futuro, ma danneggia il presente, ed è deprimente per il passato, poiché una comunità è un organismo vivente, palpitante, fatto di desideri, emozioni, non è una "cosa" da mettere in granaio….in una mentalità tesaurizzatrice da vecchio collezionista, o da custode di museo. Insistere sugli ideali, sulla lettura dei testi e dei documenti, è frustrante se poi non si è mai disposti a correre qualche rischio, a giocarsi, a cambiare le condizioni, a fare qualche investimento nel presente.

-Un’altra maniera per dare fiducia è esortare le persone a fare del loro meglio, anziché insistere su ideali irrealizzabili e perfezionistici, è meglio dare la possibilità ai frati di sbagliare, e d’imparare dai loro errori che "pompare" troppo gli ideali, e poi bloccare tutto nel terrore di sbagliare qualcosa. Nulla è così giovevole che fare degli errori, solo chi sbaglia imparerà qualcosa. Il vero pericolo non sono gli sbagli, ma le scelte troppo procrastinate, le non scelte, le indecisioni, i continui no ad ogni tentativo di rinnovamento.

-Un terzo modo di dare fiducia mi pare sia quello di dare il giusto riconoscimento. Non si tratta di tenere sempre pronti gli incensieri di casa….ma il vangelo non c’insegna ad essere come quegli educatori o genitori duri ed esigenti che non danno mai una lode. Così s’inaspriscono gli animi, l’altro ha il diritto di sapere cosa penso io del suo operato, del suo modo di agire, di fare, di essere, ed io ho il dovere morale di dirglielo, mi sentirò libero di fare le mie osservazioni critiche se il caso, ma avrò la gioia e la soddisfazione di comunicargli il mio compiacimento, la mia gratitudine, la mia lode (se meritata) per un compito bene eseguito (bene servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco Matteo 25,21). Forse invece alcuni hanno paura di lodare, ringraziare, congratularsi, oppure lo fanno falsamente, con certa ipocrisia, o fuori luogo, ma dare il giusto riconoscimento a tempo e luogo, ed in modo corretto è un mezzo per mostrare attenzione, motivare, dare appartenenza, prendersi cura, incoraggiare, infonde fiducia, simpatia, famigliarità.

-FAVORIRE IL SENSO D’APPARTENENZA.

Vi sono quattro attenzioni che favoriscono la crescita del senso d’appartenenza al gruppo da parte dei suoi membri:

      Ogni membro desidera che le proprie capacità e doti siano a vantaggio e per l’utilità comune. Nulla è più frustrante quanto il sentirsi inutili, accantonati. All’interno di questa preoccupazione vi è poi anche quella che ogni membro del gruppo possa sentire che il suo parere in qualche modo è ascoltato, ed ha un certo peso nel gruppo.

      Ognuno desidera sentirsi accettato ed accolto da parte degli altri. Nulla uccide più il senso d’appartenenza quanto una reciproca svalutazione, e delegittimazione strisciante, una sorta di gioco al massacro in cui "ci facciamo del male" (Moretti). D’altronde come ci si può sentire di un gruppo, e come si può lavorare in un gruppo se gli altri ti trattano come non ne facessi parte?

      Più complessa la terza attenzione che mira a conciliare obiettivi ed interessi personali e quelli comuni. Questo dilemma è risolvibile solo facendo riferimento ad un terzo punto esterno, disegnando cioè un triangolo della trascendenza: è solo la passione per il Regno di Dio che potrà spostare, far cambiare il grado d’inclinazione dei due angoli di base. E’ nella comune ricerca della volontà del Padre, e della conformazione a Cristo che potremo sperare di risolvere eventuali conflitti sui valori, portando ad armonizzare interessi dei singoli e della comunità.

      La quarta attenzione che ogni membro desidera vivere all’interno della comunità è la propria significatività relativamente all’ambiente esterno. Ci troviamo tutti inseriti in un contesto coi desideriamo proporre un messaggio, una testimonianza, per cui ci poniamo la domanda se tale messaggio è recepito, se questa testimonianza è trasmessa, se occorre cambiare modalità espressive. Come qualche uomo ecclesiastico osservava spesso ci capita di rispondere a domande che nessuno ha mai posto, e di non rispondere alle domande effettivamente poste.

Il segreto è tenere presenti queste quattro attenzioni lavorando molto a livello di affiatamento reciproco, di partecipazione, e di corresponsabilità distribuita. E’ la partecipazione che consentirà a tutti i membri, anche i più riottosi, di far propri gli obiettivi comunitari e di sentirsi fortemente motivati a perseguirli.

-BUONI RAPPORTI PERSONALI.

E’ molto importante sviluppare e mantenere buoni rapporti di condivisione e collaborazione all’interno della comunità. Il tempo e gli sforzi spesi per l’organizzazione e la pianificazione saranno in gran parte frustrati e resi improduttivi, se il leader non è poi capace di intrattenere buoni rapporti di lavoro. Ciò che fa problema qui non è tanto la presenza di problemi relazionali, o di conflitti, una dimensione conflittuale nella comunità è del tutto fisiologica e normale, ciò che crea impedimento è piuttosto il fatto di reprimere e negare i problemi stessi. Un disaccordo riconosciuto può infatti essere risanato se si è disposti a chiedere perdono, ed a riprendere la comunicazione.

 

5.) I conflitti in comunità.

5.1. Una realtà conflittuale

La comunità è di per se stessa una realtà conflittuale, non perché i membri siano cattivi, o malevoli, ma la conflittualità è dimensione ontologicamente inerente alla relazione interpersonale, solo un’antropologia illusoriamente ottimistica potrebbe celare questa realtà. Quello che occorre dire è che però il conflitto non è sempre del tutto negativo, possiamo dire anzi che se vi è una conflittualità ed un conflitto che assumono valenze e dimensioni distruttive e dirompenti, vi è però anche una conflittualità sana, un sano stimolo alla crescita. Così come un certo grado d’insoddisfazione nelle relazioni tra i membri d’una stessa famiglia è inevitabile, e forse in certa misura desiderabile, così avviene anche nelle nostre comunità. Una comunità assieme a sofferenze, e dolori può riportare anche qualche vantaggio e beneficio se anziché cristallizzarsi nel conflitto vissuto, sa trarne importanti apprendimenti e lezioni.

Spesso il termine conflitto è usato come sinonimo di competizione, tuttavia mentre la competizione porta al conflitto, non tutti i conflitti portano alla competizione. Vivere il conflitto come competizione è altamente dannoso perché crea un’opposizione netta fra un vincitore ed un perdente, con aggressioni, divisioni, attacchi, vendette, ferite reciproche, recriminazioni interminabili. In pieno conflitto spinti od accecati dalla rabbia possiamo essere tentati di demolirci a vicenda, ingrandendo i difetti dell’altro, assolutizzandoli, limitandone, od annullandone i meriti, perdiamo in obiettività, lucidità, realismo. Sferriamo un attacco personale e la nostra attenzione e preoccupazione non riguarda più gli argomenti del contendere ma è rivolta tutta alla persona che ci sbarra la strada, inventiamo allora anche ogni sorta di pretesto per aggredire, accusare, l’ostilità si allarga a macchia d’olio e la lista e la gravità delle manchevolezze altrui s’ingigantisce. Il male d’un simile conflitto sta nel fatto che è inevitabile una chiusura ed una ricaduta sul proprio io, vivere un’ostilità intensa ha inevitabilmente il frutto amaro d’una ripresa del proprio egocentrismo, ed egoismo, che a seguito di questa tempesta emotiva si rafforza. Assumiamo allora una tendenza generalizzata a voler imporre le nostre idee, a pretendere sempre di aver ragione, a divenire intolleranti anche con gli altri, ma questo dispendio di energie ci fragilizza, diventiamo molto sensibili, permalosi, ci sentiamo facilmente minacciati, ogni argomento, tema, e problema diventa il campo di battaglia su cui combattere per il predominio.

Se invece il conflitto viene affrontato in modo positivo ed evitando questo tipo drammatico di ricaduta può avere diverse funzioni positive: previene la stagnazione, stimola l’interesse e la curosità, favorisce i processi di separazione, rinnovamento e cambio, educa a riconsiderare i problemi sotto diverse angolature, ci apre alla diversità, allena l’elasticità mentale, rafforza l’individualità dei singoli, stimola risposte nuove e creative incoraggiando la ricerca di nuovi percorsi, può mettere in luce capacità che non si credevano di possedere.

5.2. Quattro cose da sapere

Non bisogna sognare comunità perfette, senza tensioni, e senza conflitti, è necessario vivere la grande delusione "anche nella mia comunità c’è un /forte/ conflitto…." La conflittualità è naturale, saper gestire malintesi, pregiudizi, litigi, può divenire occasione di crescita, è importante altrimenti l’aggressività sottostante ad essi può divenire distruttrice.

Occorre smascherare per tempo i molti miti che ci portiamo dentro: basta vivere nello stesso ambiente…, se ci sono divergenze vuol dire che…., quando qualcosa non va cerchiamo il Giona di turno…, quando si discute vince chi fa la voce più grossa…, il capo ha sempre ragione…., chi non è con me…., bisogna decidere e fare tutto insieme…., non m’importa se non mi trovo bene in comunità tanto io ho le mie attività pastorali…., siamo fatti così…, dovete accettarmi così come sono…, Sono scuse e pretesti con cui giustifichiamo pigrizia e lassismo.

Il rifiuto della diversità, vista come pericolo della propria integrità, può favorire enormemente la tendenza alla competizione, alla lotta per il potere, il controllo, e le varie aggressioni.

Nelle situazioni potenzialmente generatrici di conflittualità la comunità può spesso mettere una sorta di pilota automatico, adottando dei MECCANISMI OMEOSTATICI che tengono la conflittualità sotto controllo e riportano la comunità ad un buon equilibrio di funzionamento. Essi sono gravemente ingannevoli, curano i sintomi, ma aggravano la malattia. Eccone alcuni: il capro espiatorio, le alleanze difensive, le coalizioni, la cessazione della comunicazione affettiva, scarico di tensione mediante piccole lotte ripetitive, sviluppo di compromessi….

5.3. Come affrontare i conflitti.

Innanzitutto imparare a leggere la situazione, non nascondersi le cose, dietro malumori, insofferenze, tensioni, mutismi, chiusure che cosa si cela? Dobbiamo smascherare la natura vera di certi segnali che mascherano una situazione conflittuale intrecciandosi nelle alleanze tra i membri della comunità. L’aggressività sottostante se non riconosciuta e rielaborata può alla lunga diventare distruttiva.

In secondo luogo chiarire l’esatta natura, i limiti esatti del problema, senza generalizzare. Occorre evitare in questa fase un impegno eccessivo, quasi che la realtà conflittuale assorba tutta la vita della comunità, o del rapporto personale. D’altra parte sarebbe pericoloso anche l’evitamento del problema , negandolo, o sminuendolo nella sua reale portata. (Sei tu che ti fai problemi, Sei l’unico che mi dice queste cose, No non c’è nulla che mi disturbi, Il solito esagerato, Tutto molto bene).

Farsi alcune sane domande:

  • -Che cosa aspetta ciascun membro dall’intera comunità, e di cosa ha bisogno?

  • -Che cosa sperimenta ciascun membro, che cosa sta realmente ricevendo o non sta ricevendo e per quale ragione?

  • -Che cosa ciascun membro è preparato e capace di dare a sua volta? Che cosa è disposto ad offrire? Che cosa è disposto a rinunziare?

Evitare gli interventi autoritari e colpevolizzanti, da giudice esterno, così come controproducente è il tentativo di affrontare le questioni di petto. La strategia dovrebbe consistere nell’orientare le energie piuttosto che di bloccarle e reprimerle. L’obiettivo è quello di mettersi in armonia coi membri della comunità più come persona che come ruolo, sapere che sono persone nella sofferenza, calarcisi dentro, per aprire a questo fiume una strada di sbocco verso il mare.

Aiutare la comunità, ed i singoli membri a percepire la realtà in maniera più realistica:

-a chi è bloccato sul passato…. –a chi è fissato idealisticamente –a chi è troppo concreto –a chi è troppo ripiegato e legato nelle accuse reciproche

Incoraggiare la comunità ed i singoli membri ad esprimere i propri affetti e pensieri, evitando la repressione che irrigidisce in durezza, e la foga esagerata e passionale che annebbia la vista. In comunità c’è tanto bisogno di parlare, e tanta paura di dire, è necessario che nella comunità ci si dica a vicenda ciò che ognuno ancora non sa di se stesso….

L’animatore può poi aiutare la sua comunità :

  • -a dimenticare il passato ed iniziare ancora un nuovo cammino

  • -ad evitare l’elenco delle lamentele, fardello pesante da portare

  • -esigere il rispetto reciproco, con le parole, azioni, gesti

  • -coltivare obiettivi, progetti, interessi comuni, speranze e motivi che giustifichino il vivere insieme

  • -tenere viva la speranza e le motivazioni evangeliche all’impegno

  • -evitare le discussioni inutili, spronare a ripetuti sforzi per appianare le difficoltà della convivenza

  • -affrontare la vita con un pizzico d’umorismo

  • -richiedere alla comunità d’imparare il discernimento comunitario, per imparare a decidere insieme sulla base di criteri soprannaturali

  • -quando è il caso seguire con carità le procedure della correzione fraterna per richiamare all’unità tutti i fratelli.

  • -valutare l’opportunità di ricorrere ad aiuti esterni, un mediatore, o facilitatore competente.

Domande per il lavoro di gruppo.

Sono un superiore che lavora da solo oppure so organizzare la mie équipe di collaboratori? Quali sono i miei collaboratori più stretti? In base a quali criteri li ho scelti? Quali sentimenti nutro nei loro confronti? Siamo un gruppo di amici, oppure solo un gruppo di lavoro?

Ho amici o confidenti con cui posso confidarmi, oppure il ruolo, il ministero mi chiude in una certa solitudine- isolamento? Come lo affronto? Con chi mi confronto nel prendere decisioni, risolvere problemi, affrontare situazioni?

Nella relazione sono state indicate varie funzioni dell’animatore di comunità: in quali di esse mi ritrovo maggiormente? In quale invece faccio più fatica? Per quali motivi? Come fanno gli altri? Vi sono altre funzioni che mi paiono particolarmente utili da condividere in gruppo?

Conflitti: qual è il livello conflittuale della mia comunità? Viene riconosciuto oppure è piuttosto nascosto? Come li affrontiamo di solito? Quale clima creano in comunità? Per quali motivi prevalentemente si creano situazioni conflittuali? Quali sono le difficoltà più serie che incontro in queste situazioni?