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Sesta relazione Il momento di lasciare
1.) Accogliere i momenti. E’ sempre un momento particolarmente delicato nella vita d’una persona quello di lasciare ad altri l’incarico delle proprie responsabilità per il bene della propria comunità. Abbiamo esercitato il nostro mandato per molti anni, abbiamo lavorato, abbiamo cercato di fare il nostro meglio, potremmo anche rinnovare il nostro contratto di lavoro, ma ora senza attendere l’appuntamento definitivo lasciamo che le scadenze naturali (15- 20 anni….) abbiano il loro corso, il rispettarle rivela libertà interiore, e la preoccupazione di fare sempre il meglio per la propria comunità, e non tanto per la propria persona. L’aggrapparsi al ruolo, al compito gestito per molti anni può rivelare una mancanza di libertà, ed un orientamento al ruolo meno disinteressato di quanto non si sarebbe potuto supporre. E’ il momento dunque di fermarsi, di valutare il cammino compiuto, e di solito è interessante la vera e migliore verifica di ciò che abbiamo compiuto la facciamo prima di prendere la decisione di lasciare che non dopo. E’ il momento in cui l’animatore di comunità sente di essere stanco, vuoto, scaricato logorato dalle lotte, dall’impegno costante per dare il meglio, dalle responsabilità assunte e spesso portate da solo, è provato dalle preoccupazioni, dalle angustie, da ritmi di lavoro incalzanti e spesso eccessivi, spesso anche lui non ha avuto il tempo di mangiare, ma non il cibo materiale, ma quello spirituale. Ora ha i filtri dell’anima intasati, per la prima volta s’accorge d’essere stanco, prima non ne aveva tempo, ora un cedimento fisico, psicologico, o psico-somatico glielo segnala, si erge davanti a lui per dirgli quanto grande sia la sua solitudine, troppo spesso subita, quanto grande la sua stanchezza, da sempre ignorata. Egli sente che gli impegni quotidiani perdono freschezza, che le attività che prima gli davano gioia ora lo infastidiscono, che non ha più creatività e fantasia, che non riesce più a progettare, che s’inquieta per un nulla, che non ha più l’interesse d’una volta, e la vita in comunità assume le caratteristiche del "già conosciuto, già fatto". L’agitarsi un poco aggressivo dei suoi trenta o quaranta anni si placa, ed inizia con maggiore disincanto a rileggere la sua storia ministeriale. Con quali grandi promesse ed attese era partito: impegni, amicizie, amore, passione, lavoro, servizio, poi procedendo con gli anni era divenuto sempre più evidente che la vita non manteneva le sue gioiose promesse, nonostante il suo impegno, ed i suoi sforzi sinceri. A questo punto poi ci si accorge che in realtà le cose sono state ancora più mediocri di quanto avesse potuto pensare. A quel punto lo scontento di noi stessi, la paura della separazione e della perdita, la noia del presente, la vergogna, la delusione e lo sconforto per un servizio che non saputo realizzare gli obiettivi rischiano di diventare compagni di viaggio. Ma è importante non divengano padroni del campo e vengano inclusi ed amalgamati in una visione più ampia e positiva di fede. 2.) Venite a me voi tutti che siete affaticati. E’ il momento di far proprio l’invito di Gesù "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi, e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt.11,28-30). Si tratta di un esodo da noi stessi, dalla nostra vita, dai ruoli, dalle relazioni, per tornare a metterci ai piedi di Gesù e tornare ad ascoltare direttamente dalla sua bocca una parola che ci consola e parla al nostro cuore. Il servizio di autorità è un giogo esigente, ed a volte severo, dopo averlo portato per anni ci accorgiamo che era stato solo preparazione per un altro giogo più soave e leggero da portare. E’ prevedibile e normale che verso la fine del servizio possano comparire molti sentimenti contrastanti: soddisfazione ed insoddisfazione; gioia per quanto si è compiuto, rimpianto per quanto si è fatto male, sbagliando, travalicando, o tralasciando quanto si doveva o si voleva fare; senso di utilità per i segni di vita sbocciati attorno a sé, e senso di fallimento e dubbio sull’efficacia di quanto operato, incertezza sul fatto di aver raggiunto i propri obiettivi; gioia nel lasciare un ruolo esigente, ma anche paura della separazione e della perdita; speranza d’essere sostituito per dedicarsi ad altro e gelosia per i nuovi che subentrano. Occorrono spazi e tempi di decantazione, tempi sabbatici sufficientemente prolungati, ed accuratamente preparati a seconda delle esigenze e delle opportunità. Opportuni con una certa regolarità, soprattutto in alcuni momenti di passaggio significativi della vita. Caratteristiche di un tempo sabbatico:
Essi sono necessari per accogliere e confrontare tali sentimenti, dubbi, pensieri, può essere questo un faticoso esercizio di realismo, capace di provocare il riconoscimento dei propri limiti e delle proprie debolezze, con il ridimensionamento della propria immagine di sé. Riconosceremo allora tutti gli aspetti difensivi che non avevamo mai visto: quanto il ruolo ci dava sicurezza, stima, identità, utilità, significatività, soddisfazione, e sentiamo il peso della nostra povertà, insignificanza, ci costa rinunciare a tutto per ricominciare altrove. Ma in questa torsione dei nostri desideri si apre anche a noi la possibilità d’una nuova esperienza di Dio più matura e realistica, più consolante e profonda che infonde nel nostro cuore nuovi sentimenti di fiducia, accettazione, stima, fedeltà, speranza, amore e cura per gli altri. il disincanto, e forse la delusione per tante promesse non realizzate ci hanno liberato dei nostri deliri narcisistici, ci hanno costretto a fare i conti con i nostri limiti e debolezze sempre rifiutati o subiti passivamente, e ci conducono a rivisitare con maggiore realismo la nostra chiamata ed il nostro rapporto con il Signore. A quel punto scopriamo che il riposo in Gesù non è assenza di lavoro, ma presenza in lui, sia che lavoriamo sia che facciamo qualsiasi altra cosa, e ci prepara ad assumere nuovamente una nuova ministerialità in un altro modo. 3.) Liberazione e preghiera conclusiva. Il tuo giogo Signore è davvero leggero, ero io che lo facevo diventare pesante, con il mio doverismo, con le mie ansie, con il volontarismo, con l’aggressività perfezionista ed idealista. Mi sono affaticato eccessivamente sotto un carico di norme, regole, programmi, attenzioni, ora tu mi liberi e m’insegni ad accogliere la mia povertà, ed a ricevere il tuo amore, il solo giogo da portare, un amore cui unirsi come tralcio alla vite, da cui si riceve solo energia, freschezza di motivazioni, e desiderio di nuova offerta. Ecco allora il mio ritiro "sabbatico" non diventa preludio d’un pensionamento precoce ma deserto prezioso per l’accettazione di sé, e della propria situazione, e trasformazione in senso sapienziale e spirituale della guida. Maturato e riconciliato è ora in grado di distinguere ciò che è davvero essenziale da ciò che è accessorio, ciò che è autentico da ciò che non lo è, e può comprendere l’unità della vita ed il significato che in essa hanno i singoli passaggi, o momenti, non invidia e non teme più i giovani, ma impara a comprenderli ed a stimare con essi le novità che la vita continuamente non cessa di presentarci in ogni nuova stagione. La guida è ora capace di restituire a Dio ciò che Dio le aveva donato, libero di lasciare ogni incarico, o di caricarsi sulle spalle nuovi incarichi, magari più nascosti e segreti. Ora che ha terminato, e che può cantare con Simeone "Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace", s’accorge d’aver imparato solo ora ad essere guida, e che adesso sarebbe pronto per cominciare, proprio per questo si sente così libero interiormente. L’ultima sua parola sarà sempre una parola di gratitudine e di lode a quel Signore che lo aveva chiamato ad amare il prossimo nel servizio di autorità ed a crescere nella sequela attraverso di esso. A lui la lode e la gloria, per sempre. Domande per il lavoro di gruppo Ho già vissuto dei significativi momenti di passaggio esistenziale da un ruolo ad un altro nel corso della mia vita? Ho avuto il modo ed il tempo di prendermi dei periodi significativi di decantazione e rilettura della mia esperienza? Che cosa mi hanno effettivamente dato? Come mi hanno cambiato questi passaggi? Continuo a vivere il mio superiorato così come sempre l’ho vissuto, oppure il fluire del tempo, ed il passare degli anni, e l’accumularsi delle esperienze mi hanno cambiato da "dentro": come sono diventato, rispetto a come ero all’inizio del mio superiorato? Gli altri come percepiscono questi cambiamenti? Come mi sento, o mi situo rispetto al mio ruolo, stanco e demotivato, desideroso di lasciare, abbarbicato, e preoccupato eccessivamente all’idea di dover lasciare, oppure con un gioioso senso di pienezza e capace di sereno distacco nello stesso tempo? Cosa potrebbe essermi utile? |